7.7.08

un avo di berlusconi era di parolise

le strade di milano mi mordono le scarpe che mi mordono i piedi ed è un’autoafflizione tutto sommato leggera. dopo che un treno, di tutti laureati, ha prodotto idee a profusione e un ritardo clamoroso. la moleskine affonda nello zainetto neroarancione. i due telefoni nelle tasche a tracollo. la convention aziendale luccica a tempi alterni, coazione a ripetere: il servilismo, l’imborghesimento, la piccineria intellettuale. non guarirò mai dalle nebulose di pensieri scuri così come la tratta ad alta velocità mai unirà l’est con l’ovest. scopro che la mia non è passione per la scrittura. ché non sento il bisogno fisico di scrivere ma quello psicologico. motivatori cogli stivali straparlano di gruppo, di collaborazione, della fede negli obiettivi. sociologi ravellesi decantano l’ozio creativo quando questo è stato annientato dall’azienda che gli paga l’onorario tremila volte e tremila ancora. in ogni caso, non una multinazionale perché offre lavoro per intero italiani. poi la festa a tempo perso, è occasione per le giovani donne di offrirsi agli sguardi dei superiori, al solito modo delle segretariette secche, quelle che pur addette ad una mansione infima, mettiamo all’affrancatura della busta, si attaccano talmente alla questione, che lo scrivere lettere diventa processo accessorio rispetto alla loro affrancatura. uno dei gatti di vicolo dei miracoli allieta la serata smeralda ed è il momento topico in cui subentra l’ennui, in cui germina il vomito. un consulente ko mi implora di tornare su progetto. ho paura per le sorti del mondo, qui più che a scampia. conati insopprimibili sulle luci notturne di milano. la mattina, su corso como, i salumieri lucidano il selciato. il barista che mi prepara un triplo caffè esamina le curve della pancia della figlia. riesco a perdermi in metro, giallo rossa, e ventilatori che spruzzano gas bianchi, spaventevoli a vedersi, ma pare siano da refrigerio. sulla panchina di sesto rondò è bello telefonare in piedi. il soviet d’italia sbianca. il mio amico artista è una specie che va protetta, in quanto amico, in quanto artista. mi piace che si scommetta dal basso, mi piacciono la mobilità sociale, le scale mobili, la scala quaranta. meno mediobanca e i suoi giochetti da quartierone against quartierino. se solo fossimo più consapevoli, potremmo rivoltare (quantomeno) una città come un calzino. ma da solo non vado nemmeno più a vienna. la struttura urbanistica di milano è semplice e senza dossi. nel frattempo, sogno napoli e il rinascimento. mi riposo nel cortile di brera mentre ingabbiano il palazzo. napoleone benedice gli studenti svagati. io che ricamo pezzi perduti di memoria pur non trovando un cesso per pisciare. il ponte della ghisolfa è un prurito mortale. rinuncio all’aperitivo, al pianeta cavallo, per i soliti guasti gastrointestinali. poi, scopro che anche qui è un vivere di dicerie. un palazzo rosa nei pressi di piazza wagner è il contraltare del condominio di cipressi a pietralata. monza ha una buona densità umana. niente da condividere. gli umori precipitano perché si intravede il ritorno e l’agenda degli incontri, già sguarnita, è ora sgombra. domenica mattina al centro sarca non trovo la repubblica. non c’è niente che trovi più alienante del centro sarca. siamo tutti sulla stessa barca. speriamo non torni il tempo per l’arca.

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