30.1.09

massime recessive

non lavorare al lavoro
è sempre peggio di lavorare

27.1.09

frullato

tempi di lavori prima paranoici poi evanescenti che ritrovi finalmente te stesso una mattina alle dieci, con raggi di sole che calano a picco mentre attendi un bus e ne passano consecutivamente cinque di un’altra linea, probabilmente di un’altra municipalizzata dei trasporti urbani. dolorosi rientri. il sabino più famoso del mondo, il professor cassese, celebrato nella sala consiliare del comune di atripalda, discute l’importanza capitale di scegliere il proprio maestro. fronti corrugate icasticamente paiono ricordare come non sia questione di scarsità della domanda o dell’offerta di maestri illuminati quanto di forti asimmetrie informative che non lasciano concludere negozi. il presente ci evoca certe passate guerre intestine della locale sezione del partito socialista italiano. la posta in palio era un assessorato, la direzione dei lavori, il posto in commissione. poi, venne la caduta della cerzona (la grande quercia). con essa la perdita di un simbolo e di un senso sociale dietro le azioni individuali.

26.1.09

gaetanamando

il documento strategico deve essere pronto entro aprile
in tema di partecipazione peggio della città murgiana

20.1.09

banalità nell'era delle multinazionali

pecore sociali si battono come leoni per salvare il fatturato delle multinazionali
o più probabilmente solo per il posto di lavoro pagato male
usassimo la stessa violenza per un fine pubblico,
sarebbe una pioggia battente di ali di angelo

17.1.09

look back in anger

occorre la tenacia di un fitzcarraldo per replicare non al consenso della gente ma al suo confuso bisogno di chiarezza. le tribolazioni del centrosinistra italiano sono oramai letteratura di genere. la specialità del quale è fonte di ulteriori divisioni. lunedì prossimo, dopo mesi di tempesta giudiziaria e mediatica, in una sala del maschio angioino si celebrerà il consiglio comunale della città di napoli. il primo della nuova giunta iervolino. colei che non intende dimettersi. neanche di fronte all’evidenza di un suo mancato esercizio di controllo sull’azione amministrativa degli assessori della sua squadra. i protagonisti della scena politica campana paiono affetti da una miscela esplosiva di amor proprio e risentimento. in tali condizioni secondo nozioni da oratorio, è obiettivamente complicato servire il prossimo. figurarsi l’interesse pubblico. l’immediato retroterra metropolitano, intanto, è in fibrillazione per i nomi da presentare alle prossime amministrative. poi ancora, per la battaglia intorno al rinnovo delle cariche di maiuscoli e non meglio qualificabili Enti (comunità montane, consorzi per i servizi sociali, piani di zona, autorità d’ambito poco ottimali) dei quali nessuno, probabilmente nemmeno i nominati, conosce le competenze, le utilità, i passati risultati. un elettore del pd dovrebbe prendere atto del buon lavoro della sua leadership provinciale quando la sua direzione riesce a strappare una poltrona ai destrorsi-demitiani? spesso, poi, manca l’accordo sul nome e allora le pagine delle cronache locali annunciano che “il rebus è di natura squisitamente politica”. la politica tribale della spartizione, dei clan, dei clientes, dei brutali rapporti di forza, delle chiamate in correità. praticata com’è, fuori dall’evidenza pubblica, non può essere l’anglosassone politics. non è capace di perseguire ragionevoli politiche (nel senso di policy). nel frattempo, il malessere sociale cresce. la sua pericolosità risiede nel fatto che contagia individui e categorie sociali che non sanno spiegarlo, non hanno i mezzi economici e culturali per distinguere, gli vengono a mancare le opportunità per stordirsi e guardare altrove. nel tempo in cui è paradossale che l’asprezza della crisi sia certificata dalla cessione di kakà al manchester city.

13.1.09

criaturi

certi ingressi di palazzine marginali spaventavano come i moncherini di case ricoperti da spine. umidità ed echi di passate bestemmie, dei nonni, dei fratelli grandi. sui gradini di marmo striato, sostavamo a giocare con i doppioni delle figurine panini. il casellario per la posta era un mappamondo girevole. alcuni suoi battenti erano scardinati e lì la corrispondenza s’ammassava: perché quegli inquilini sdruciti non la ritiravano mai? fuori, i muri inneggiavano l’undici titolare dell’ultimo campionato di serie a e le panchine erano un intreccio complicato composto da un guard rail e due corrimano metallici. erano gli anni di de mita, capo del governo e della balena bianca. il nostro sogno più grande era la costruzione di una porta di calcio.

10.1.09

operazione piombo tufo

dove andare? all’ingresso del palazzo, altri hanno fatto fagotto per sistemarsi dai parenti. Infuria il dibattito:mamma vuole spedire i fratellini da amici in un interrato, papà scherza:“abitiamo al primo piano, basta saltar fuori dalle finestre se c’è un’altra bomba”. decidiamo di tornare a casa.prima di entrare, guardo il cielo. nella notte le stelle sono splendide, pare che brillino più che mai. conto cinque aerei israeliani sopra di noi.
safa joudeh, pag. 5 di la Repubblica


nelle cartine delle operazioni militari pubblicate dai quotidiani, un caccia israeliano è grosso quanto la metà della striscia di gaza, un cingolato un quarto, l’ammiraglia della marina doppia l’estensione di gaza city. altrove, lo spettro della disoccupazione agita i sonni in solitaria meno che certi piatti di carbonara. le camicie spiegazzate avvolgono le braccia inerti della sedia. alla parete, un drappo biancoblu&giallo ricorda certi scorci di boschi bosniaci. probabilmente, ogni sacrificio di un piccolo editore viene ripagato nel momento in cui ottiene dall’autorità il codice isbn per la sua pubblicazione. qualcuno dovrebbe studiare la relazione esistente tra la paura e il bisogno di farsi una doccia. le crisi economiche accelerano il processo per cui certi strani tipi antropologici, deprivati del lavoro, si rifugiano in biblioteca e, dopo un po’, ne escono con nuove idee che cambiano il corso degli eventi (o quantomeno riforniscono di volumi quelle stesse biblioteche). nemmeno più si dibatte delle conseguenze dell’inazione: segue grandinata di soluzioni inadeguate, fuffologiche come la vostra* ignoranza ontologica. come le modelle dalla faccia-di-putin sulle riviste patinate.


* riferito ai miei superiori gerarchici ("perché da un punto di vista intellettuale ed etico non è che li stimi poi tanto", cit. oroscopo ariete di velvet)

5.1.09

intorno alla remota ipotesi di gentrificazione di via francesco tedesco

ogni parco generico di quartiere le cui adiacenze siano prive di varietà funzionale
è inesorabilmente condannato a restare deserto per gran parte della giornata.
a questo punto, si forma un circolo vizioso:
questo “vuoto”, anche se protetto contro le varie forme di degenerazione,
ha scarsa capacità di attrazione perché non dispone di una sufficiente riserva di utenti potenziali, e finisce col diventare terribilmente monotono e deprimente.
nelle città la monotonia e lo squallore crescono su se stesse,
come d’altra parte la vivacità e la varietà;
e questo principio fondamentale,
oltre a reggere la vita sociale della città,
è valido anche per la loro vita economica.

pag.91, vita e morte delle grandi città, di jane jacobs


dopo stasera, ultimo live in programma, chiude i battenti il new revolution, squallido, e in ogni caso impareggiabile locale della caliginosa movida avellinese. a pochi metri sorgerà il parco urbano di santo spirito, che corre adiacente al letto del finestrelle. lì intorno si parcheggiava l’automobile, inzuppandosi di fango le scarpe e il cuore. sempre buio umido intorno e nessuna ipotesi valida di espatrio. poi, è vero, attraeva una quantità non disprezzabile di utenti, perché il resto è peggio o molto distante. stasera la città diventa o più povera o più accorta ai luoghi in cui vive. finché poi, alcuni espatriano.

4.1.09

prova post tipo duemila&nove

ho dei dubbi sulla democrazia.
la partecipazione alla vita pubblica è insufficiente.
la gente è chiamata alle urne ogni quattro anni
e nel frattempo (il governo) fa quello che vuole

josé saramago


è di sicuro uno smottamento lessicale a far sì che i rifondaroli non digeriscano più i fagiolini (intesi come i seguaci dello psicanalista ex amico di faustobertinotti). un qualcosa che deriva dall’eccedenza di parole, smistate da sprovveduti, enfatizzate da parolai, come me medesimo, ignari fino in fondo del potere che esse detengono. cosicché la democrazia rischia di divenire una redistribuzione di nonsense anziché di risorse, con le quali ciascuno può sfrantummarsi come vuole, persino, con un sussulto di dignità, suicidarsi, laddove non gli va. dunque, opera di ingegno potrebbe essere semplicemente chiarificare, decantare, filtrare, se volete, disinfettare.

acqua&neve sulla citta(dina) e bianco a spruzzi intorno. l’ordine visuale urbano in orizzontale potrebbe essere l’acme raggiunto da un secolo a questa parte. ciò che manca è la diversità di usi, di generi e di questioni (al centro del dibattito pubblico). nell’annuale classifica stilata dal sole24ore, i dati certificano il costante divario dal resto del paese, il leggero vantaggio sui vicini di regione. ma ultimi, senza speranza, sul fattore immateriale più importante, l’indice di soddisfazione personale. e poco da aggiungere, se non che i dati sono provinciali, e a nulla serve che a commentarli siano gli amministratori della città capoluogo, per giunta inutilmente gai.