25.12.07

quel gran popolo di zii

Zio john è un omaccione grande e grosso, di forza prodigiosa. Di lui conservo sempre l’immagine: baffi da crucco & camicione a fiori, col dobermann al guinzaglio. Col quale ruzzava, mangiava, parlava, dormiva. Poi, un giorno, il cane impazzì e cominciò a mordergli un paio di figli. Furono costretti a dividerli e da allora mio zio non fu più lo stesso. Si consolò con un pezzo di terra abbandonato che con pazienza recuperò all’agricoltura. Andavi a trovarlo, e riemergeva tra gli sterpi, i rovi, mezzo scorticato, nero di uno sporco impasto di sangue sudore e terra. Anno dopo anno spuntarono prima gli ortaggi, poi i frutti, infine crebbe la vite, di conseguenza il suo vino per cui si spertica in lodi infinite. Perché zio john è convinto di avere sempre ragione, o meglio, che ciò che lui faccia sia il meglio in circolazione. Effettivamente il suo entusiasmo è dirompente, la sua carica impetuosa; se investe una persona delle sue attenzioni è pronto persino all’estremo sacrificio. Zio john è nato e vissuto in libia fin quando gheddafi cacciò gli italiani. è un tipico esemplare di fascista rivoluzionario della prima ora, proletario, combattente, e delle regole di vita dell’epoca capitalista non ha mai saputo che farsene. crede che gli italiani siano un popolo di merda. È la mia maschera vitalistica.

Zio frank è un grassone con occhiali spessi, è uno di quelli che fuma poco ma è come se fumassero sempre. Lo vedo quattro, cinque volte l’anno, giusto le feste comandate e un paio di blitz domenicali, e per lo più lo pizzico che dorme. Dorme, mi dicono, perché stanco morto di lavoro. Zio frank è un imprenditore della città. è un uomo che si è costruito da solo. più precisamente: il padre ha avviato l’attività, il fratello l’ha mezza dissestata e lui, per ora, è quello rimasto in piedi. Quando non dorme mi chiama, storpiando il nome, come mi chiamava mio nonno o mi dice che uno come me gli tornerebbe comodo a lavoro. Ma strane alchimie familiari mi hanno sempre tenuto lontano dall’accarezzare quest’ipotesi. Zio frank tartaglia e si esprime con difficoltà. Se non è in abbiocco, si entusiasma per le pubblicità del suo marchio che straripano sulle tv locali. Ha vissuto per la sua fabbrichetta e i suoi figli, ma presumo che un po’ sia riuscito anche a godersela. Ma lui non è pago e rilancia di continuo. Nella sua ansia, tanto tipica in ogni ascesa imprenditoriale, c’è come l’assillo, il tormento che la vittoria non sia completa, che un arbitro vile fischi il fallo e gli porti via il giochino. crede che gli italiani siano un popolo di merda. è la mia maschera imprenditorial-afasica.

Zio micheal è uno smilzo atletico, sempre in bici. Bancario agronomo o viceversa è andato in pensione prima del tempo per trasformarsi in cicloamatore. Zucchetto nero in testa, percorre più di cento chilometri al giorno. Partecipa, quando può, anche alle gare. ma il suo carattere si riempie con il resto. Zio micheal è un grande interprete dell’italico dissenso, beppegrilleggia da una vita, decisamente da prima che beppe grillo cominciasse, la lista delle sue idiosincrasie è sterminata, il suo repertorio multiforme. Il suo spettacolo prevede sempre un tono di voce esasperatamente alto, invettive e turpiloqui, sapiente recupero di vecchi lemmi dialettali della bassa valle del sabato, scenico linguaggio del corpo. La politica e gli italici costumi sono il suo cruccio. Si professa anarchico e sparla di tutti i politici, berlusconi in primis. Non vota da quarant’anni ma dubito che sia vero. È un taccagno e si fa gran vanto di non dover nulla a questo stato sconsiderato. Però mette a frutto la sua esperienza lavorativa giocando in borsa. Guida un jaguar. Zio micheal recita a tavola il suo pezzo di provocazione. Ma sotto lo spesso cerone gli leggo una spessa scorza di solitudine. Crede che gli italiani siano un popolo di merda. È la mia maschera mattoide.

L’italia gran popolo!

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