5.5.08

mad(r)e in hirpinia

non scrivo più da quando mi sento uno shmuck, parolina yiddish abusata da taluni autori un tempo avidamente compulsati, che grossomodo traduce l’italiano scemo, nell’italia capovolta, così ora come fu sempre, ché mi intorciglio attorno ai soliti ragionamenti sullo spazio al secolo ventunesimo, se conviene vivere a san pietro indelicato, frazione di chianche o nel suburbio della megalopoli di secondo livello, a sfrondare rapporti umani secchi, sguardi impauriti, pulsioni vattellapesca. mi riprometto di leggere unavitaviolenta di pasolini, sforzarmi di comprendere, non desistere a metà del guado, in cui sguazzo, ad occhi lucidi, se affronto un interlocutore comune. sono stati giorni di sobbalzi emotivi, contro chi mi imputa di esser privo di microchip emozionale, cui rispondo, per forza, con una blanda protesta mentre riscopro un amore prima inconfessabile per la figura materna, malata o prossima ad esserlo, gli antichi confonderebbero questa figura con la propria terra, su cui si scaricherebbero i cumuli di rifiuti tossici della regione, nel letto ondulato&verde del formicoso, raggiunto dalla fondovalle ufita, dove vecchi su trattori arrugginiti scorticano la terra, ricavandone, talvolta, vita

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