28.4.09

perché se io posso cambiare...



esclusivamente tuttologi

24.4.09

jurassic park


de mita candida, per l'intero centrodestra cittadino, massimo preziosi, già sindaco dal 1975 al 1980

23.4.09

diverbi in metrò

l'unica valida terapia di massa
per sconfiggere la generale psicopatia
resta la democrazia

20.4.09

i conservatori

mille possibilità si affacciano in un habitus già segnato, sotto un cielo opaco di una primavera mai sbocciata, dalla biro del grafomane stilla un groviglio di linee frenetiche, sbilanciate emotivamente sulla città degli apparati, nel senso che manca spazio per i single, per i timidi, dove non esistono programmi plausibili da proporre, non esistono istituzioni credibili nelle quali attuarli, responsabilità degli uomini di limitata volontà, non è un pessimismo di maniera, è la maniera con cui siamo stati generati, parti di una generazione destabilizzata da un’emigrazione, da una modernizzazione, da una deviazione antropologica mai governate, poco discusse, distratti dalle beghe di contorno, dalla calate strane, dalle utilitarie fiammanti sulle autostrade soleggiate, dagli esecutivi transitori, dalle correnti di partito, dai tuareg metropolitani, dai bassi napoletani, dalle architetture moderniste, da certe idee progressiste

7.4.09

19:48

leggevo del precursore sismico
ed è venuta la seconda scossa
mi sono attrezzato per scappare in fretta
leggo meneghello

keynes e dopo keynes

solo per dire che negli ultimi tempi, tempi di crisi nera, la risorgenza planetaria di ciò che è comunemente ritenuto il nucleo di pensiero dell’economista britannico, john maynardo keynes, cui dobbiamo non solo l’eteronimo ma anche la certezza di non aver, a suo tempo, fallito corso di studi, ci causa un fastidioso effetto spiazzamento, di misura non inferiore a quello causato agli investimenti privati dall’applicazione delle politiche fiscali del nostro, così come obiettato dai suoi facinorosi avversari teorici, i monetaristi. il che ci ha impedito di cannonare i liberomercatisti di ieri, d’un tratto convertitisi in statolatri, sulla via del licenziamento senza bonus. e lo impediva, per onestà di pensiero, la ricetta fornita per uscire dalla crisi che, ci pare, non può prescindere da un ripensamento complessivo degli equilibri monetari mondiali, col dollaro, e non un paniere di monete, valuta mondiale di riserva, con la banca nazionale cinese a finanziare il persistente deficit della bilancia dei pagamenti statunitense, e con esso gli eccessi economici, energetici, e poco estetici del loro status, ora prossimo alla liquidazione, di unica superpotenza planetaria. dopodiché, john maynardo keynes deve il suo fascino ad una serie di elementi oggettivi – la teoria generale è probabilmente l’opera più influente della storia del pensiero economico dopo la ricchezza delle nazioni di adam smith – e di contorno - bloomsburiano , omosessuale, collezionista d’opere d’arte e di manoscritti antichi, appassionato di balletti russi (e con una ballerina finì per sposarsi) – che però si intrecciano al ruolo pubblico da lui rivestito al ministero del tesoro britannico, durante e dopo la prima guerra mondiale – fino alla conferenza di pace di parigi – durante la seconda guerra mondiale – fino al culmine degli accordi di bretton woods, oggi largamente citati. comprese come il dominio dell’impero britannico fosse giunto al tramonto e pretese di costruire la nuova architettura dell’ordine mondiale. alla sua scomparsa, le sue idee furono prima annacquate, dunque clamorosamente snaturate. dopo sessanta anni, poco male. il nuovo salvatore del mondo non può essere keynes. non può non avere la stessa lunghezza di veduta di keynes.

6.4.09

3:33

il nostro satellite è in orbita,
trasmette le melodie dell'immortale inno rivoluzionario
alla gloria di Kim Jong Il
radio Pyongyang

quando la terra si gratta
per acquietarla
piantiamo dei fiori

31.3.09

occhi di pesce

abbiamo sospettato che sguardi distratti alla finestra
fossero trafitture mortali
così ci siamo chiusi in casa
ma non ci venivano sguardi uguali

26.3.09

writing

scrittore è chi si sente claustrofobico nelle parole degli altri
david grossman, a che tempo che fa, puntata speciale su roberto saviano

25.3.09

minutaglie

grande avellino
salvati da chi ti vuol salvare

22.3.09

vecchie, stupide note

attaccati come mosche
alle sorti di questa città
non per il riparo che essa ci offre
ma perché quieta un senso d'estraneità
che altrove non proveremmo
...

18.3.09

attacchi virali

hanno detto che io e mia moglie compriamo immobili alle aste giudiziarie e non è vero. hanno detto che ho ricevuto in regalo degli appartamenti da alcuni imprenditori e non è vero. hanno detto che ho fatto ristrutturare via verdi, in quanto proprietario di un locale nella zona, e non è vero. hanno detto che la finanza ha effettuato una perquisizione a casa mia e non è vero. infine, ciliegina sulla torta, hanno detto che ho acquistato una farmacia in nero e, ovviamente, non è vero... un’operazione analoga fu effettuata cinque anni fa contro di nunno e, questa volta, si sta tentando di alzare il tiro..."


giuseppe galasso, sindaco di avellino, qui e qui



...e smettetela di litigare!!!


p.s. le primarie per il candidato alla Provincia e al Comune di Avellino della coalizione dei volenterosi (Pd + chi ci sta del ex centrosinistra) si terranno, forse, il 4 aprile

post politica?

17.3.09

randagismi

sulle sponde sacre dell'almone
d'un tratto mi fu chiaro quanto difficile sia invertire l'italia
(mentre poco di lato, parvez musharraf
addestrava la sua turba di cani randagi)

11.3.09

plebisciti (con o senza primarie): 15 anni e più di storia irpina

l'insegna è attaccata alla ringhiera, ben visibile dalla strada: 'democrazia cristiana, comitato provinciale di avellino' . l'appartamento, al primo piano di un palazzetto di via tagliamento, nel centro della città, è lo stesso di tante battaglie. all' interno, nei corridoi e nelle stanze, campeggiano vistosi manifesti elettorali con il volto sorridente di ciriaco de mita. a voler dar credito ai segni esterni, qui non è cambiato nulla, il partito popolare è solo una sigla sulla carta. dei grandi cambiamenti nazionali sembra giunto solo l' eco: questo resta il terreno, il feudo dell' ex segretario della dc. e, per mettere le cose in chiaro e sgombrare il campo da ogni dubbio, qui hanno organizzato le primarie per le candidature, iniziativa unica in italia. si voterà probabilmente domenica 13 febbraio, per decidere chi sarà della partita. ma, più concretamente, per tributare un plebiscito di consensi a de mita, in risposta a chi lo invita da roma a mettersi da parte.l'iniziativa delle primarie è di enzo de luca, 45 anni, professore di geometria alle superiori, segretario provinciale del partito, eletto a giugno scorso e confermato il 18 dicembre all' assemblea costituente irpina. un demitiano di ferro. "non è - spiega polemicamente - la solita messinscena di cui spesso siamo stati accusati. non abbiamo voluto organizzare tutto per aiutare de mita dopo gli ultimi, incredibili attacchi che ha ricevuto. la decisione era stata presa dall'assemblea a dicembre scorso, io sto semplicemente eseguendo un mandato che ho ricevuto". la coincidenza temporale? secondo de luca, "per effetto di questo accavallarsi di date e di circostanze, verrà fuori il vero orgoglio di irpini e di appartenenti al partito". "vogliamo - si chiede - far fuori de mita? da qui non potranno non arrivare che consensi a tutta forza. e, poi: le candidature non possono essere decise sulle pagine dei giornali; noi abbiamo scelto un sistema democratico. l'unico legittimo".

di antonello velardi, da la repubblica del 2 febbraio 1994

le elezioni primarie, di coalizione (nel centrosinistra) o di partito (il pd) rischiano di rimanere solo un'ipotesi destinata ad accantonarsi definitivamente con il passare dei giorni, se non delle ore. il partito democratico sta valutando con concretezza la strada di designazione diretta dei candidati per il comune capoluogo e per la provincia di avellino. non s'esclude che, a stretto giro, arrivi una decisione definitiva in tal senso… insomma, le primarie - senza coalizione - finirebbero per risolversi in un «referendum interno» al partito democratico sui candidati, con il rischio di riaprire vecchie ferite dopo la ritrovata pace. un referendum sugli uscenti, giuseppe galasso e alberta de simone. la dirigenza di via tagliamento vuole ripartire dalla loro esperienza, anche se non mancano malumori. e, infatti, già circolano i nomi di possibili altri candidati come loro avversari. entrambi esponenti di spicco del pd. si parla di donato pennetta, assessore a piazza del popolo, e di gerardo adiglietti, vicesegretario provinciale. il primo sfiderebbe galasso, il secondo la de simone. confronti che si risolverebbero senza dubbio in una faida interna, in un partito già in difficoltà dopo le recenti batoste elettorali e l’addio di veltroni. e c’è da considerare che, con il passare dei giorni, diventa sempre più difficile l’organizzazione efficiente di un test come le primarie che deve garantire imparzialità. insomma, l’esito della conferenza programmatica rappresenterà, nel bene o nel male, un bivio per il partito democratico al fine di chiudere la partita delle alleanze. nel corso della due giorni di dibattito gli appelli all'unità sono stati numerosi: dagli esponenti istituzionali, ai sindacati, ai rappresentanti politici. a cominciare dal senatore enzo de luca.

di gianluca galasso, da il mattino dell'11 marzo 2009

gli autisti di metro e bus hanno in mano la nazione

i passanti che rincorrono per un centinaio di metri l’autobus che li ha superati e riescono a raggiungerlo alla fermata successiva, stremati, salendo dalla porta posteriore, lanciano sempre, con voce flebile, un grazie all’autista, che ovviamente non può sentirli ma forse immagina.

9.3.09

eterogenesi dei fini

svanisce la città sfuma il traffico
sfuma
s'impone la poesia: s'alza la luna e
sale
decolla
campestre – cccp fedeli alla linea




un senso di estraneità emana dalla trama delle strade
possente radicamento alla linea delle montagne
tracciare un cerchio alla città
poi inoculare libertà nella legge della pelle

3.3.09

a bagnoli si mangia il tartufo

per continuare sulla falsariga di ieri, mi sovviene che pochi mesi fa, lessi, e probabilmente mal interpretai, su un quotidiano locale, forse il corriere dell'irpinia, una sapida intervista all’assessore p.i.u. europa (sic!), l’ing. anna gimigliano, la quale rilanciava l’idea di una nuova destinazione d’uso per la caserma berardi, tuttora attiva nel centro città, un'idea, teneva a precisare, non sua ma dell’eminenza nicola mancino. l'area potrebbe essere trasformata, affermava l'assessore, in un paio d'anni, attraverso la realizzazione di un polo culturale, o di un centro direzionale (proposta che ritorna in città, in vista anche della compilazione dei programmi per le prossime amministrative, si legga anche il blogger gaetanoamato). ovviamente, il progetto sarebbe fuori dal programma e dai finanziamenti p.i.u. europa. per continuare sulla falsariga di ieri, e al netto della diversa rilevanza degli interessi, degli impatti e degli attori in campo, il proposito di riqualificazione potrebbe assurgere a bagnoli nostrana.

2.3.09

fiori di pesco

secondo la ben nota teoria della dipendenza, un centro economico, politico, culturale influenza, positivamente, ma più frequentemente negativamente, la sua periferia. la rigida applicazione dei confini geografici alla lettura dei fenomeni sociali può impedirne la comprensione. il concetto è alla base dei lavori storiografici di fernand braudel, della world system theory di immanuel wallerstein, degli ultimissimi discorsi con alcuni miei interlocutori sulla relazione avellino-napoli, ovvero sulla area metronapolitana, i cui esiti sono provvisori, come la fioritura dei fiori di pesco.

28.2.09

il dott. lombroso cesare mai si curò di curare i deficit di attenzione

un cedimento del mio pensare, legato forse all’opera sotterranea di un deficit d’attenzione, mi fa augurare che finalmente uno studioso serio si occupi delle fisiognomiche dei tipi alla benito mussolini, alla vasco rossi, del loro stupefacente ascendente verso le masse nazionali. il prodotto interno lordo, americano e non, crolla inesorabilmente lungo i primissimi trimestri della nostra conquistata vita adulta, un giorno saranno evocati nelle aule universitarie, dissestate e non, dei corsi di economia. e nemmeno consolano le evidenze degli indicatori nazionali di felicità, da buona parte degli economisti eterodossi, il vero misuratore del benessere della gente, a guardare certe facce, a rovistare tra certi umori. una crisi globale richiede misure globali, prima che bancarotte sovrane attizzino angosce difficilmente calmierabili. per restare a noi, l’europa, alla politica monetaria comune affiancare la fiscale, rafforzare gli investimenti comunitari per lo sviluppo, cooperazione invece di protezionismo, possibile soltanto con il rafforzamento delle istituzioni rappresentative, parlamento in testa, e quanto vi siamo lontani… chi potremmo mai invitare a discutere di argomenti del genere in vista dell’appuntamento adatto, le elezioni per il rinnovo del parlamento europeo? è del tutto evidente che un numero consistente delle intelligenze nostrane sia oscenamente distratto da scelte di agenda setting. allora, continueremo a dannarci l’anima per le spinte autoritarie di un politico tanto inconsistente quanto ferrato in materia, dal dilemma capitale della tenuta di consensi del partito democratico, ché un suo cedimento si ripercuoterebbe prima sugli equilibri congressuali, dopodiché sulle prossime amministrative, poi sulle regionali, poi sulle politiche, per ritornare sulle prossime amministrative. il coinquilino ascolta i pezzi del festival: luca era gay. il paese, reale. il suo futuro, meno meno.

27.2.09

sorPassi

uscire fuori
da un lungo isolamento
e sentire la pressione tra la terra e il cielo
e poi guardarsi intorno
come la prima volta
e scoprire che non c'è nessun motivo
per vedersi da lontano
parlare con un altro sconosciuto
proiettare nei suoi occhi le risposte
e trovare le risposte che non hai
e ridere di gioia e di malinconia
e poi andare via.

e poi andare via soli
in un'altra direzione
legati ancora per un tratto da una scia di commozione
andare via
da sempre
e chissà se sarà vero
che ritornerai
se ritornerai.

uscire fuori – riccardo sinigallia



una settimana fa un furfante mi ha fregato lo zaino che mi accompagnava durante i miei giri. al suo interno, tra le altre cose, una storia del camminare, che proprio non riuscivo a terminare. la polizia stradale ha ritenuto il caso di scarsa o nessuna rilevanza. stasera, per un tempo che mi è sembrato lunghissimo, ho lavato i miei piedi, li ho accarezzati. la pelle sotto le dita è scorticata, segnata. per un momento ho creduto che fintanto mi sosterrà un malanno leggero come questo, la mia andatura instabile conserverà ancora la possibilità di un sorpasso.

9.2.09

liscio festival

certe notti, in auto a passeggio, sintonizzarsi su radio magic due, ai 105.20 megahertz ad avellino e dintorni, quando è in onda liscio festival, può rivelarsi un’esperienza onirica. forse l’effetto straniante è dovuto al recupero inconscio di uno spezzone radiofonico che registrò involontariamente il sonoro drammatico di una tragedia locale, poi divenuta gravida di conseguenze per l’intero paese. esiste un baratro tra l’elementarità delle esecuzioni proposte e l’immanità della sciagura che, per un mal funzionante meccanismo della coscienza, pare possa nuovamente scaturire solamente dal suono di quelle note. la rievocazione di quell’avvenimento, dei suoi esiti politici, economici, paesaggistici, mentre scorrono le strade, i paesaggi (sulle colline paesi sfiniti avvertono la propria (r)esistenza con pulsanti luci arancioni), si contrappone al ricordo di certe feste estive di paese, alle quali partecipavano allegri campanari, per l’evento calati a valle. danzavano com’esagitati al suono d’organettisti di chiara fama, ogni anno annunciati come campioni del mondo o d’italia, ma poco più che parenti, e l’evento della serata era l’esibizione del fenomeno decenne, spettacolare agli occhi ingenui della folla, perché le dimensioni dello strumento oltrepassavano la sua prevedibile capacità di tenerlo in mano. e il drappello di zie intorno, occhi pieni di lacrime&gioia, spingevano perché anche noi imbracciassimo una fisarmonica. orgogliosamente, scuotevamo la testa, convinti di un futuro maggiormente consono allo spirito del tempo. ora, che lo speaker ossessivamente ribadisce liscio festival, radio magic due e alla mazurka succede la polka, al valzer un arrangiamento con accenti country, continuiamo ad avere un rapporto problematico con lo spirito del tempo.

2.2.09

lettere da un esilio

noi siamo i figli e i nipoti del mondo dei vinti, di un’umanità immobile, tenacemente aggrappata ad una terra che non sempre possedeva. di rado ci si esprimeva ed erano epopee orali di guerre di bande e bande di musica dietro il santo ingioiellato. nel giro di qualche lustro, tutto subì una lacerante mutazione e le campagne furono investite da schegge di comunicazione. la maggior parte degli uomini, benché disorientata dal messaggio, partì abbacinata dal miraggio di ricchezza. noi siamo i figli e i nipoti di quell’emigrazione interna che ora produce segni talvolta piuttosto esteriori. irriducibili afasie o vistose logorree, crudeli detenzioni di corpi o stupefacenti esibizioni di cafonerie, esaltazioni improvvise e continui abbattimenti. il peggior nemico è sempre quello più vicino, articolo ottocentotrentadue del codice civile. il che genera una persistente insufficienza alla vita civile, un estremo bisogno di divisioni, invidie, retro pensieri. noi siamo i figli e i nipoti di una storia mal compiuta che non ci ha fatto italiani perché le visioni di noi erano troppo presuntuose, al limite del ridicolo. la risacca di oggi insegni quanto è difficile inseguire credendosi in testa, quanto è mostruosa l’umiltà di chi si crede indispensabile.

1.2.09

lettere da un esilio

il grosso della retorica politica locale, massimamente alla vigilia delle amministrative, si concentra sul tema del cambiamento. ma è paradossale che lo invochino politici che nel corso dei decenni né siano riusciti a innescarlo né abbiano significativamente modificato la propria idea di cambiamento che essenzialmente riposa nella semplice sostituzione del personale politico attualmente al governo con uomini di loro provata fiducia. una variazione del tema invoca una fantomatica chiamata in campo della società civile, dov’essa tutto pare tranne che civile, civica, intesa a socializzare. l’ossessività con la quale torno sul piano strategico, d’altra parte sollecitato da modelli comunitari di governance per la spesa di fondi destinati allo sviluppo di regioni in ritardo, risiede non nella bontà in assoluto dello strumento, che anzi è altamente complesso e non sempre in grado di garantire il successo dell’operazione di rigenerazione urbana che intende avviare. tuttavia, lo schema del piano, se funzionale, obbliga le élites politiche locali, e non solo le élites politiche, a misurarsi in con il problema del governo di una città in un’ottica strategica, ovvero proiettata al futuro. la città intesa come sistema complesso nel quale il potere pubblico incide con una serie di politiche pubbliche, i cui effetti sono talvolta in conflitto, nei diversi ambiti della sanità, della mobilità, dell’educazione, dei servizi sociali, dell’urbanistica, della sicurezza, del commercio. non un partito, non una leadership illuminata, non un dinosauro politico e la sua clientela sono in grado di riuscire a rispondere con esaustività ad un quesito di tale gravità. eppure il solo impegno a sfidarlo per l’intero, attivando amplissimi meccanismi di partecipazione collettiva, varrebbe il conferimento della rappresentanza politica. qualcuno che abbia il coraggio di affermare che gli è antipatico l’appello ad una meglio non qualificata società civile, quando poi quella risulta essere un’accozzaglia di amici degli amici, ma è prontissimo ad accogliere l’idea dell’ultimo derelitto cittadino, che assieme alla dignità ha conservato un nome e un cognome.

30.1.09

massime recessive

non lavorare al lavoro
è sempre peggio di lavorare

27.1.09

frullato

tempi di lavori prima paranoici poi evanescenti che ritrovi finalmente te stesso una mattina alle dieci, con raggi di sole che calano a picco mentre attendi un bus e ne passano consecutivamente cinque di un’altra linea, probabilmente di un’altra municipalizzata dei trasporti urbani. dolorosi rientri. il sabino più famoso del mondo, il professor cassese, celebrato nella sala consiliare del comune di atripalda, discute l’importanza capitale di scegliere il proprio maestro. fronti corrugate icasticamente paiono ricordare come non sia questione di scarsità della domanda o dell’offerta di maestri illuminati quanto di forti asimmetrie informative che non lasciano concludere negozi. il presente ci evoca certe passate guerre intestine della locale sezione del partito socialista italiano. la posta in palio era un assessorato, la direzione dei lavori, il posto in commissione. poi, venne la caduta della cerzona (la grande quercia). con essa la perdita di un simbolo e di un senso sociale dietro le azioni individuali.

26.1.09

gaetanamando

il documento strategico deve essere pronto entro aprile
in tema di partecipazione peggio della città murgiana

20.1.09

banalità nell'era delle multinazionali

pecore sociali si battono come leoni per salvare il fatturato delle multinazionali
o più probabilmente solo per il posto di lavoro pagato male
usassimo la stessa violenza per un fine pubblico,
sarebbe una pioggia battente di ali di angelo

17.1.09

look back in anger

occorre la tenacia di un fitzcarraldo per replicare non al consenso della gente ma al suo confuso bisogno di chiarezza. le tribolazioni del centrosinistra italiano sono oramai letteratura di genere. la specialità del quale è fonte di ulteriori divisioni. lunedì prossimo, dopo mesi di tempesta giudiziaria e mediatica, in una sala del maschio angioino si celebrerà il consiglio comunale della città di napoli. il primo della nuova giunta iervolino. colei che non intende dimettersi. neanche di fronte all’evidenza di un suo mancato esercizio di controllo sull’azione amministrativa degli assessori della sua squadra. i protagonisti della scena politica campana paiono affetti da una miscela esplosiva di amor proprio e risentimento. in tali condizioni secondo nozioni da oratorio, è obiettivamente complicato servire il prossimo. figurarsi l’interesse pubblico. l’immediato retroterra metropolitano, intanto, è in fibrillazione per i nomi da presentare alle prossime amministrative. poi ancora, per la battaglia intorno al rinnovo delle cariche di maiuscoli e non meglio qualificabili Enti (comunità montane, consorzi per i servizi sociali, piani di zona, autorità d’ambito poco ottimali) dei quali nessuno, probabilmente nemmeno i nominati, conosce le competenze, le utilità, i passati risultati. un elettore del pd dovrebbe prendere atto del buon lavoro della sua leadership provinciale quando la sua direzione riesce a strappare una poltrona ai destrorsi-demitiani? spesso, poi, manca l’accordo sul nome e allora le pagine delle cronache locali annunciano che “il rebus è di natura squisitamente politica”. la politica tribale della spartizione, dei clan, dei clientes, dei brutali rapporti di forza, delle chiamate in correità. praticata com’è, fuori dall’evidenza pubblica, non può essere l’anglosassone politics. non è capace di perseguire ragionevoli politiche (nel senso di policy). nel frattempo, il malessere sociale cresce. la sua pericolosità risiede nel fatto che contagia individui e categorie sociali che non sanno spiegarlo, non hanno i mezzi economici e culturali per distinguere, gli vengono a mancare le opportunità per stordirsi e guardare altrove. nel tempo in cui è paradossale che l’asprezza della crisi sia certificata dalla cessione di kakà al manchester city.

13.1.09

criaturi

certi ingressi di palazzine marginali spaventavano come i moncherini di case ricoperti da spine. umidità ed echi di passate bestemmie, dei nonni, dei fratelli grandi. sui gradini di marmo striato, sostavamo a giocare con i doppioni delle figurine panini. il casellario per la posta era un mappamondo girevole. alcuni suoi battenti erano scardinati e lì la corrispondenza s’ammassava: perché quegli inquilini sdruciti non la ritiravano mai? fuori, i muri inneggiavano l’undici titolare dell’ultimo campionato di serie a e le panchine erano un intreccio complicato composto da un guard rail e due corrimano metallici. erano gli anni di de mita, capo del governo e della balena bianca. il nostro sogno più grande era la costruzione di una porta di calcio.

10.1.09

operazione piombo tufo

dove andare? all’ingresso del palazzo, altri hanno fatto fagotto per sistemarsi dai parenti. Infuria il dibattito:mamma vuole spedire i fratellini da amici in un interrato, papà scherza:“abitiamo al primo piano, basta saltar fuori dalle finestre se c’è un’altra bomba”. decidiamo di tornare a casa.prima di entrare, guardo il cielo. nella notte le stelle sono splendide, pare che brillino più che mai. conto cinque aerei israeliani sopra di noi.
safa joudeh, pag. 5 di la Repubblica


nelle cartine delle operazioni militari pubblicate dai quotidiani, un caccia israeliano è grosso quanto la metà della striscia di gaza, un cingolato un quarto, l’ammiraglia della marina doppia l’estensione di gaza city. altrove, lo spettro della disoccupazione agita i sonni in solitaria meno che certi piatti di carbonara. le camicie spiegazzate avvolgono le braccia inerti della sedia. alla parete, un drappo biancoblu&giallo ricorda certi scorci di boschi bosniaci. probabilmente, ogni sacrificio di un piccolo editore viene ripagato nel momento in cui ottiene dall’autorità il codice isbn per la sua pubblicazione. qualcuno dovrebbe studiare la relazione esistente tra la paura e il bisogno di farsi una doccia. le crisi economiche accelerano il processo per cui certi strani tipi antropologici, deprivati del lavoro, si rifugiano in biblioteca e, dopo un po’, ne escono con nuove idee che cambiano il corso degli eventi (o quantomeno riforniscono di volumi quelle stesse biblioteche). nemmeno più si dibatte delle conseguenze dell’inazione: segue grandinata di soluzioni inadeguate, fuffologiche come la vostra* ignoranza ontologica. come le modelle dalla faccia-di-putin sulle riviste patinate.


* riferito ai miei superiori gerarchici ("perché da un punto di vista intellettuale ed etico non è che li stimi poi tanto", cit. oroscopo ariete di velvet)

5.1.09

intorno alla remota ipotesi di gentrificazione di via francesco tedesco

ogni parco generico di quartiere le cui adiacenze siano prive di varietà funzionale
è inesorabilmente condannato a restare deserto per gran parte della giornata.
a questo punto, si forma un circolo vizioso:
questo “vuoto”, anche se protetto contro le varie forme di degenerazione,
ha scarsa capacità di attrazione perché non dispone di una sufficiente riserva di utenti potenziali, e finisce col diventare terribilmente monotono e deprimente.
nelle città la monotonia e lo squallore crescono su se stesse,
come d’altra parte la vivacità e la varietà;
e questo principio fondamentale,
oltre a reggere la vita sociale della città,
è valido anche per la loro vita economica.

pag.91, vita e morte delle grandi città, di jane jacobs


dopo stasera, ultimo live in programma, chiude i battenti il new revolution, squallido, e in ogni caso impareggiabile locale della caliginosa movida avellinese. a pochi metri sorgerà il parco urbano di santo spirito, che corre adiacente al letto del finestrelle. lì intorno si parcheggiava l’automobile, inzuppandosi di fango le scarpe e il cuore. sempre buio umido intorno e nessuna ipotesi valida di espatrio. poi, è vero, attraeva una quantità non disprezzabile di utenti, perché il resto è peggio o molto distante. stasera la città diventa o più povera o più accorta ai luoghi in cui vive. finché poi, alcuni espatriano.

4.1.09

prova post tipo duemila&nove

ho dei dubbi sulla democrazia.
la partecipazione alla vita pubblica è insufficiente.
la gente è chiamata alle urne ogni quattro anni
e nel frattempo (il governo) fa quello che vuole

josé saramago


è di sicuro uno smottamento lessicale a far sì che i rifondaroli non digeriscano più i fagiolini (intesi come i seguaci dello psicanalista ex amico di faustobertinotti). un qualcosa che deriva dall’eccedenza di parole, smistate da sprovveduti, enfatizzate da parolai, come me medesimo, ignari fino in fondo del potere che esse detengono. cosicché la democrazia rischia di divenire una redistribuzione di nonsense anziché di risorse, con le quali ciascuno può sfrantummarsi come vuole, persino, con un sussulto di dignità, suicidarsi, laddove non gli va. dunque, opera di ingegno potrebbe essere semplicemente chiarificare, decantare, filtrare, se volete, disinfettare.

acqua&neve sulla citta(dina) e bianco a spruzzi intorno. l’ordine visuale urbano in orizzontale potrebbe essere l’acme raggiunto da un secolo a questa parte. ciò che manca è la diversità di usi, di generi e di questioni (al centro del dibattito pubblico). nell’annuale classifica stilata dal sole24ore, i dati certificano il costante divario dal resto del paese, il leggero vantaggio sui vicini di regione. ma ultimi, senza speranza, sul fattore immateriale più importante, l’indice di soddisfazione personale. e poco da aggiungere, se non che i dati sono provinciali, e a nulla serve che a commentarli siano gli amministratori della città capoluogo, per giunta inutilmente gai.

21.12.08

l'arroganza del piccio

siamo qui sulla terra per cazzeggiare.
non date retta a chi dice altrimenti.
kurt vonnegut

prendo e me ne esco dopo aver letto per caso o forse per necessità una frase di burke secondo cui perché il male trionfi è sufficiente che i buoni rinunzino all’azione. poiché l’atac mi indica che per raggiungere da casa mia la feltrinelli di viale libia, un tre chilometri e mezzo, non c’è altro modo che mettere un passo avanti l’altro, di buona lena procedo in direzione opposta all’abituale. costeggio il tratto finale dell’aniene, costantemente nascosto alla vista se non poco prima della nomentana. un monotono susseguirsi di ferramenta, autolavaggi, falegnamerie, autodemolizioni. effetto o causa della distruzione di vitalità urbana? nel cortile di una casupola, un uomo con la coda di cavallo accarezza un bonsai rinsecchito. dopo il circolo lanciani, urla in piscina di palombelle rosse contro le blu, sale dietro le lamiere il respiro del fiume. il suo letto disfatto dalla piena finalmente fa la sua apparizione circondato rami di stracci. un'anatra vola rapida. oltre le strisce pedonali, il quartiere africano. chiedo ad un paio di passanti la strada. mi indirizzano al sottopassaggio della stazione ferroviaria. all’estremo opposto un quindicenne ultras avanza fiero della sua sciarpa giallorossa. emergo a viale etiopia, e m’attardo a decifrare i messaggi dei fascisti, la cui strada si situa dove si trova la volontà. all’angolo paolo di nella vive. il bonus aziendale esaurito facilmente a fatica. zigzago in libreria come la palla di un flipper. per individuare il libro che chiuda la rosa. un giallo parigino di simenon la spunta su saramago, manganelli, heller, mcewan, yates. mani tese per il sud del mondo del mio collega sottosopra. una pizza rossa alla casilina. il circolo degli artisti. la specchiata convinzione di un’omologazione laddove pure si eviterebbe. la solitudine per purezza ideologica, alla luciano bianciardi. che infatti come finale nemmeno si capisce.

16.12.08

lucky ljubljana, ugly luciana

acquistare solo ora dalla truppa cingalese che attecchisce nelle stazioni non appare l’investimento adeguato aldilà delle spire deflattive che avvolgono l’economia reale. bisognerebbe prendere atto che la pioggia è un dato strutturale ed evitare di aprire i copertoni ad ogni scagazzo di pioggia purchessia. che poi farsi largo tra code di pedoni armati di parapioggia macroscopici è una sfida che mette a rischio testa, occhi e fede. domani marchionne dalla felpa blue troverà finalmente il socio in un bistrot fumoso all’antica, simbolicamente lontano dagli speed date, discorrendo di filosofia indiana. bush figlio è stato visto provare un paio di scarpe da trezza padre che liquida tutto e vende agli stranieri. berlusconi non è mai esistito, è soltanto la raffigurazione dei nostri peggiori incubi civili, lo capiremo quando si saranno esauriti questi anni di merda.

8.12.08

prima o poi: il mammozio!

prima poi arriverà davvero il tempo di vivere assieme
ed ogni stanza dell’appartamento avrà un colore diverso
ci saranno tutti eccetto il verde dell’irpinia che sfolgorerà fuori
perché, hai ragione, forse non conviene aspirare ad un loft sulla tangenziale
perché, ha ragione il sociologo inglese marito di un’altra sociologa di fama,
prima o poi dall’economia post industriale si tornerà a quella artigiana
chi sa costruire avrà da mangiare
io per me so intrecciare ghirlande di carta
dalle buste di plastica creare maschere
poc’altro
ma non manca la voglia d’imparare
rubando ad altrui produzioni
a saper metter insieme semplici palle di stoffa
due occhi di plastica e una striscia di lana rossa a far da bocca
pare si ottenga un simpatico pupazzo, qui dove il brand è tutto:

il mammozio

3.12.08

la caduta

non mi sono mai sentito così bene,
almeno da quando ho il blog, la luce, la riflessione.
non dipende da altro che dal sentire la mia misera vita stretta tra le dita (grignani)
è bastato relativizzare le pene ed enfatizzare tutto il resto
inchini deferenti alla vita che viene, spalle grosse ai marosi
quando ognuno gioca la sua partita io son quello che smista sorrisi
fino a sempre scompagnato perché
sento private le disfatte pubbliche
vivo pubblicamente i miei disagi privati
sicuro siano giuste chiavi diverse?
che talvolta cedere, conceder(si) sia la decisione buona
oltre al naturale processo di eliminazione (agnelli)
morendo per abele

1.12.08

lettera ad un boss mai nato

peccato che i buoni capi si circondino o di onesti ma mediocri o di intelligenti ma farabutti. 
(il guaio è che i cattivi capi si circondano di mediocri farabutti.)

30.11.08

il rimpasto di natale

nel vagare dei tuoi occhi, un lampo, quella che sembra una stella cadente in orizzontale sono solo fanali nel buio che scendono lenti dal contrafforte che si staglia da qualsiasi punto di fuga della nostra memoria. lì, come qui, evidentemente, respiri sincopati che riscaldano l’abitacolo. e scrosci di pioggia battente sul tetto. che quando smette attacca il vento. l’autoradio rilancia musica leggera: mango, minghi, i mogwai. ai bordi della strada un frigorifero, risentito, da le spalle alle finestre della casa dalla quale è stato allontanato. un assessore al comune si è suicidato. trame sociali, tremore ai polsi. i quarantaquattro cantieri del pica picchettano il centro. la sistemazione di una piazzetta semicentrale valorizza il verde scrostato di un palazzo abominevole. fuori sito, lievita l’ammasso periferico di villette, avvocati, figlie vallette. un assessore al comune si è dimesso. lasciando ai posteri, debiti mastodontici che costringono a contenere le spese. questo natale, niente pista sul ghiaccio, luminarie esose, castagne all’addiaccio. solo amore e poesia. e pace agli uomini di buona volontà

27.11.08

la gigantesca scritta gina lebole

muoversi come trulli è un lungo tirocinio, lo sai
per scansare i lamenti che piombano depotenziati
lavoro alacre per un obiettivo che si sottrae
o forse quel che manca è la condivisione
oltre pochi attimi di compassione
quel che disturba è il fondo degli uomini
non sei niente se non conosci il fondo degli uomini
la lente a contatto asciuga la pupilla
e l’urgenza del pianto sgorga fuori tempo
l’abito talare è un gessato nero
è macchiato di spruzzi di bianco
non è forfora
ma briciole di documenti di seconda mano
a notte fonda, in un ufficio buio, mi faccio strada con un laser blu
ombre di consulenti caduti m’accompagnano
quando non si amano i contenuti s’armano i contenitori
il teorema cui soccombiamo
allegri, sorridenti, ironici
fino a che smettiamo l’abito

11.11.08

revolutionary road

limpido: oggi il cielo è così limpido
come acqua chiara dentro gli occhi tuoi
che bagna gli occhi miei
io raccoglierò tutti i petali caduti dalla tua orchidea
tutti i giorni spesi dentro quell’idea
quei giorni che non torneranno mai
(…)

verano – moltheni


il problema è che l’ufficio non è un open space. come il resto del creato di nostra pertinenza. il problema è che l’edificio di fronte non è né un grattacielo né un palazzo in vetrocemento. ma pericolosamente qualcosa di intermedio. e lo spiazzo antistante culmina con una scultura moderna che è un accrocchio di brandelli di metallo. come lo spazio suburbano della sera, nulla di pianificato, dispersione di superfici e di vite. che temono il cambiamento perché potrebbe cambiarle. nessuno che abbia un’idea precisa di chi sia veramente. da una parte, un’assurda tensione al conformismo. dall’altra, torsione interiore perché siamo distanti nell’ideale di giustizia, nelle abitudini, nel disimpegno. sfibrato il tessuto civico, anemia pubblica: cura del ferro.

p.s. volevo ripromettermi nuovamente di non scrivere più. per non permettermi di rimasticare pensieri altrui perché comuni a tutti gli uomini. poi, però, nei miei indugi domestici mi sono trovato immobile al vetro del balcone, stupidamente impressionato perché appannato dal primo contrasto stagionale tra la temperatura esterna e il tepore di casa. l’immagine mi ha portato indietro a certi pomeriggi d’infanzia, quando, facendomi spazio tra le stoviglie della cucina, m’issavo alla finestra della cucina, spostavo i rami delle piante e disegnavo dueocchiunnasoeunaboccacheride. un attimo fa, ho ripetuto quel gesto e ho sentito il fluire angoscioso dei miei pensieri finalmente umanizzato.

5.11.08

il supermartedì


Caro Senatore Obama,

Ci uniamo al popolo del suo Paese e di tutto il mondo nel congratularci con lei per essere diventato il nuovo presidente eletto degli Stati Uniti. La sua vittoria ha dimostrato che nessuna persona, in nessun luogo al mondo dovrebbe astenersi dal sognare di volere cambiare il mondo affinché diventi un pianeta migliore.

Prendiamo atto e plaudiamo al suo impegno di sostenere la causa della pace e della sicurezza in tutto il pianeta. Confidiamo inoltre che lei faccia rientrare nella sua missione di presidente anche la lotta alle piaghe della povertà e della malattia in tutto il pianeta.

Le auguriamo forza e decisione nei giorni e negli anni difficili che le stanno davanti. Siamo sicuri che lei alla fine conseguirà il suo sogno, quello di rendere gli Stati Uniti d'America un partner a pieno titolo di una comunità di nazioni dedite ad assicurare pace e benessere a tutti.

Con i miei più sinceri auguri

Nelson Mandela
immagine da qui

31.10.08

pericolo di pencolo

voglio un coltello che dipani il gomitolo nel petto
dove si sistema l’ansia, si raggruma il peso di tanti ieri
voglio occhi leggeri e vestiti normali
librarmi sulla città, metterci le mani
un posto di lavoro si giudica da quello che si osserva dalla finestra
poi, la vita e/è tutto il resto
l’amore che ci metti
questione di progetti
non sempre i passi sono proprietà privata
ad esempio quando si pencola per altrui pene
ma poi abbarbicati a questa pietralata, nulla si smuove
tranne sacchetti dell’immondizia che vorticano sul balcone
un pezzo di paese si rivolta
i restanti nove marciscono nello stesso brodo
diseducazione civile
fino a quando soprassedere?
quanto vale colpevolizzarsi?

28.10.08

il tramonto dell'occidente

ultimamente il sole tramonta prima ad occidente mentre crisi finanziarie globali investono realmente il portafoglio dei miei genitori, con un palinsesto di malattie, con un cagnolino che muore. alle lenti giganti non può più sfuggire la realtà, per quanto sono estese, dunque tocca socchiudere gli occhi più spesso, o scolare i fondi di bottiglia? un ragioniere, un tempo, non puntava sul talento, s’accontentava delle partite della nazionale, delle tribune elettorali, delle risse alle assemblee di condominio. ora, probabilmente la “dotazione umana” non è cambiata, solo che tutti hanno fretta di diventare qualcuno, e per di più farlo sapere in giro. facebook è diventato il nuovo gioco nazionale, nascondersi è fuori moda. saremo per sempre impigliati dalla rete? eppure, in giro, ci sono ancora giovani anziani che tutt’ad un tratto si sono rinchiusi in casa, parassiti della Madre, mai s’è capito se loro schifavano il mondo o viceversa, credo ne parli pure saviano nella sua, per altre ragioni, citatissima inchiesta. forse ha ragione l’anima cristiana la quale ha ricordato che nel corso di un’intera vita, non si può amare più di un esiguo numero di persone. dopodiché, aggiungo umilment'io, le reti smisurate sono soltanto marketing, per forza di cose, e diversamente dall’altro, slegato dal territorio: in definitiva, una speculazione.

27.10.08

23.10.08

milizia crumiri

sfrigolano le tempie sotto luci al neon oltremodo invadenti. le ore vuote di adesso, trascorse in cattività, rispetto alle passate perdono in immaginazione, campi verdi e orizzonti prossimi. quindici anni fa internet non esisteva, gracchia la segretaria inglese alla giovane apprendista. le piace madonna, è stata pure al concerto. esco. sulla strada del ritorno, incontro sempre una coppia ultrasettantenne. lui indossa un curioso giubbotto catarifrangente arancione. s’appoggia con una mano al bastone e con l’altra al braccio della moglie che osserva ogni suo passo, amorevole. di solito arrivano fino all’incrocio con monti tiburtini e poi tornano dietro. un giorno li vidi seduti a scrutare ciò che passava: un flusso insensato di automobili che scorre per l’altrove. un grappolo d’uva dalla tigre del deserto, cooperativa di maghrebini iperattivi, riaccorda con le stagioni. il decreto gelmini spinge i giovani all’amore. svolto per il mio vicinato. è buio pesto. sgorga sull’asciutto un fiotto d’immaginazione.

22.10.08

vaiasso

21.10.08

blasfemia

il mio stipendio resta fisso
come un chiodo in fronte a gesù cristo

19.10.08

sahara

la letteratura esordiente indiana è di gran fattura perché narra le tumultuose trasformazioni in atto in quel paese. dunque si paga un ulteriore scotto del fatto che qui nulla accade e, nonostante quanto si dica, arduo è ritrarre il fisso. per raggiungere il bar sahara ci sono tre scalini da superare; danno su una pavimentazione orrenda, anni ’70 sulla quale si potrebbe pattinare. i vecchi malaticci e abietti del quartiere magari proprio allora qui si trasferirono. ora, furtivi, scendono in fila da una scorciatoia che costeggia il piccolo parco. discorrono della puntata al superenalotto. uno di essi intona un’aria con la sua voce malandata da baritono. ciò che si vede intorno è in gran parte merito loro. non avendo la forza di reagire, nessuno ha il diritto di fargliene una colpa. un'altra vecchia tromba, dalle pagine del giornale, esorta i risparmiatori ad approfittare della caduta dei corsi azionari e detta la sua regola aurea: “sii cauto quando gli altri sono avidi. sii avido quando gli altri sono cauti.” la applico subito alla feltrinelli, le librerie sono l’unico mercato in cui mi muovo con agio. spendo i miei 86 € in saggi ponderosi che difficilmente avrò tempo di chiudere. poi m’arrovello al brulicare delle migliaia di corpi sul corso del consumo. quanta violenza infliggiamo al prossimo quando si decide di agire? da piccolo ero buddista. poi, non so perché, m’affascinò una certa idea di rivoluzione.

16.10.08

quello che avrei capito della paesologia

la paesologia è una forma di attenzione.
è uno sguardo lento, dilatato, verso queste creature
che per secoli sono rimaste identiche a se stesse
e ora sono in fuga dalla loro forma

la paesologia ha due fili:
uno di pietas e l’altro di necrofilia


franco arminio, da vento forte tra lacedonia e candela.
esercizi di paesologia



gli esercizi di paesologia, un vagabondaggio irrequieto, senza posa attraverso i nostri paesi arresi, chiusi nell’abitacolo della propria auto o trascinando passi pesanti in centri (dis)abitati è lo schiudersi al prossimo di un certo tipo antropologico sopravvissuto a secoli di chiusure e sottosviluppo. la comunità provvisoria, una forma di paesologia di gruppo, dunque in astratto non praticabile, tende a dissolvere lo spesso strato di desolazione da cui l’esercizio di paesologia nasce. grazie ad arminio, dunque, non si guarderà più questi paesi allo stesso modo. e chissà se ciò dipenderà dalla sua poesia civile o dalla sua azione comunitaria/politica. i presupposti della prima negherebbero gli effetti dell’altra. è una benedetta incoerenza per il futuro della nostra terra.

un tufo al cuore

con questa operazione 
eviteremo di creare inutili doppioni di opere pubbliche,
come nel caso dei mattatoi di avellino e atripalda, 
entrambi non utilizzati
luigi tuccia, "delegato" per il comune di atripalda  



con un protocollo di intesa siglato ieri l’altro, la provincia di avellino, il comune capoluogo e quattro dei comuni limitrofi (atripalda, monteforte, mercogliano ed aiello del sabato) si mettono in gioco per firmare un piano strategico per l’area urbana. un documento, s’auspicherebbe partecipato, che individui un percorso di amministrazione il quale mobilitando risorse materiali e umane, pubbliche e private, porti alla città sviluppo. e lo sviluppo, occorre ribadirlo, ha un’accezione oltreché economicista, principalmente sociale: dai servizi pubblici efficienti, all’occupazione, dalla lotta all’esclusione sociale, ai livelli d’istruzione e così via. in maniera strategica il direttore dei lavori, l’assessore donato pennetta ha rimarcato i mali che, dal suo punto di vista, attualmente affliggono l’area urbana così come disegnata e per la cura dei quali si rende necessaria un’azione sovracomunale ovvero pubblico/privata (?): la riqualificazione dei bacini del sabato e del fenestrelle e il rilancio dell’insediamento industriale di pianodardine. in generale, non sarebbe difficile elencare una serie di ritardi dell’amministrazione pubblica locale e degli altri attori sociali che impattano negativamente sul grado di competitività del territorio, che risente dopotutto dello stato di profonda crisi in cui versa l’intera area metropolitana di napoli. ragionare su temi così delicati appare in ogni caso macchinoso dal momento che gli unici soggetti coinvolti ad oggi sono gli amministratori già in carica. non si capisce quindi perché serva un piano strategico, ovvero uno strumento di amministrazione straordinario se poi non si innova la governance e restano protagonisti i consigli comunali (o peggio le giunte), senza che si individui alcun organismo/comitato/associazione (anche permanente, sicuramente aperto) di coordinamento e controllo del progetto. dunque noi tutti, di fatto, non parteciperemo al processo in cui si valuterà il merito delle proposte/azioni/visioni, nonostante i pur dieci/cento convegni in agenda. manca la trasparenza e non basterà per recuperare, stampare in centomila copie (tanti sono gli abitanti dell’area vasta) il documento finale. la cui ideazione, tra l’altro, secondo il sindaco galasso, ha tempi piuttosto brevi se è vero che “entro la fine del mandato consegneremo il nostro disegno complessivo per far diventare l’area urbana punto di riferimento per l’intera provincia”. et voilà!

* fonte, il mattino


per farsi qualche idea:

15.10.08

tagliar la corda

metà di ottobre e il sole è ancora alto
un tempo, quando sapevo scrivere non mi attaccavo al clima
saper scrivere è sfrondare i pensieri in cerca delle parole
tutti possiedono dei pensieri 
pochi investono sulle parole 
ancor di meno ne ottengono profitto
le scuole di scrittura suggeriscono di tener conto del pubblico
il mio pubblico era composto delle mie cento personalità in eterna contraddizione
un continuo parlarsi l’un sull’altra
tanto ricca era la discussione nella testa, tanto povera la mia comunicazione
poi sopraggiunse l’urgenza di distillare il mio profilo pubblico
sono ancora in azione
il risultato è che qualcuno dei miei io s’è defilato
tenue è diventata la sua voce
come un angolo della mia coscienza in cui ricordo di aver avuto una corda
ma ora quella corda non suona più
sarà allora tempo di tagliarla

13.10.08

geografia economica

il nuovo nobel per l'economia è paul krugman, professore di economia e relazioni internazionali all'università di princeton. è un neo keynesiano, laddove la qualifica-omnibus assuma un qualche tipo di significato. poco più che cinquantenne, avrebbe meritato il premio già una quindicina d'anni fa. non a caso, da tempo si diletta come editorialista sul new yorker.

in italia, commenta entusiasta giorgio ruffolo, classe 1926, è un neo-keynesiano che ebbe il suo momento di gloria, a cavallo tra i '50 e i '60, come capo ufficio studi dell'ENI di Enrico Mattei come e responsabile della programmazione economica del ministero La Malfa, prima esperienza al governo del centrosinistra, poi disastrosamente fallita. da tempo è un apprezzato saggista ed editorialista di repubblica.

10.10.08

stanchi morti

la situazione di estremo disagio psicofinanziario che stiamo attraversando si manifesta in tutta la sua evidenza quando leggi, da repubblica.it, che milano risale al quattro per cento, che è un meno quattro per cento, risultato parziale disastroso solo un mese fa. eppure noi non si ha nessun titolo in ballo in borsa. nemmeno il trattamento di fine rapporto si è scelto di destinarlo ai flessibili fondi pensioni e deperisce in azienda così come prevedeva la vecchia disciplina legislativa. ci accusano di essere, a pranzo e a cena, bloccati nel nostro bozzolo, mobili solo nella spola avellino-roma, provinciali irrecuperabili, mentre la ryan air generation in un solo week end riesce a raggiungere Parigi, Stoccarda, Londra, Calcutta, Padova, Orio al Serio e poi subito tornare dietro. L’euforia irrazionale non contagia. D’altra specie sono i sintomi.

p.s. i broker che si disperano in borsa, mani nei capelli, se ne fottono dei risultati negativi, sono solo stanchi morti dei turni massacranti.   

8.10.08

il primo giorno del creato


foto di diane arbus

dopodiché sopraggiunse la gelata delle borse e ci ritrovammo a corto di parole perché mai avevamo assistito ad una cosa simile mentre la gente attorno proseguiva a discutere di fantacalcio o al massimo, obbligata, si preoccupava del proprio libretto di risparmio. e noi che avevamo studiato keynes&milton friedman, malaccio per carità, a spizzichi e Bocconi come tutto, verificavamo allibiti che niente potevano lo scavar buche a conto del governo e le iniezioni di liquidità delle banche centrali. per difenderci emotivamente, orfani per un paio di giorni pure dei bus air, ci legavamo ossessivamente agli strumenti di networking sociali, in cui imbastivamo contatti improbabili, seguito di reti dalle maglie impalpabili. dio salverà l’america, i suoi figli. capitalismo meno saccheggio ché alternative non si presentano. m’aggrappo ad una biografia di enrico mattei e un’agenda colore rosso. l’intercity delle sei e ventotto lascia una manciata di minuti per un bacio dolcissimo. rimaniamo sempre noi, gentili, disutili e stronzi, nel paese, in sofferenza, in cui tutto sembra normale. come il primo giorno del creato.

6.10.08

the casualties


da qui


Alla fine del Sermone della Montagna il Signore ci parla delle due possibilità di costruire la casa della propria vita: sulla sabbia e sulla roccia. Sulla sabbia costruisce chi costruisce solo sulle cose visibili e tangibili, sul successo, sulla carriera, sui soldi. Apparentemente queste sono le vere realtà. Ma tutto questo un giorno passerà. Lo vediamo adesso nel crollo delle grandi banche: questi soldi scompaiono, sono niente. E così tutte queste cose, che sembrano la vera realtà sulla quale contare, sono realtà di secondo ordine. Chi costruisce la sua vita su queste realtà, sulla materia, sul successo, su tutto quello che appare, costruisce sulla sabbia. Solo la Parola di Dio è fondamento di tutta la realtà, è stabile come il cielo e più che il cielo, è la realtà. Quindi dobbiamo cambiare il nostro concetto di realismo...

Papa Benedetto XVI, da qui

27.9.08

per il formicoso. contro i toni apocalittici

ho un serbatoio pieno di titoli per i miei post a venire. a volerla sintetizzare, la mia ultima produzione descrive o l’alienazione da travèt (con l’ispirazione che mi coglie tendenzialmente in metropolitana, linea b, fermata cavour). o gli effetti del ritorno in provincia (con l’ispirazione che mi coglie guardando la linea di montevergine che si staglia all’orizzonte… ché dietro c’è napoli e il mare!). sul resto, taccio per lo più. la scena politica nazionale mi dà un senso di nausea. non mi abituo alla ciarlataneria della maggior parte dei suoi rappresentanti e dell’’assoluta maggioranza dell’attuale classe di governo. apparirebbe dunque irragionevole ricercare le buone pratiche in periferia. ma intanto, siamo qui e i pensieri passano. ovviamente l’asfissia generale impatta negativamente sugli uomini e sulla blogosfera. l’entusiasmo iniziale su un certo, auspicato, contributo che essa avrebbe potuto fornire al dibattito pubblico sono via via svanite, in città, per il fallimento di diverse esperienze di blog collettivi fino ai semplici aggregatori (l’ultimo tentativo è di paolo pilone). la stessa, meritevole per certi versi, battaglia di arminio e della comunità provvisoria per il formicoso anima un’irpinia che orgogliosamente si definisce “altra”. che dunque interpreta la propria come una lotta contro il capoluogo, sia provinciale che di regione, i loro politici, i loro fallimenti. separare le microstorie, però, non sempre serve. l’attuale irrilevanza della politica irpina, anche quella che si riscopre la sua vocazione per il territorio, attivando una riserva intatta di mobilitazione culturale, è infettata dal risentimento. un risentimento che è montato in decenni di arretratezza, dopo un post terremoto di mala amministrazione, sprechi e devastante distribuzione di prebende clientelari. ma se si guarda al futuro, il risentimento e la separazione non servono come la paura e la chiusura. ci si difende legando le nostre storie a quelle simili e alle più diverse, intercettando flussi di creatività, immaginando nuovi spazi per la condivisione e l’accrescimento del bene comune. per dirla semplice, il contesto è assai complesso. essere apocalittici non aiuta.

25.9.08

le mani sul (piano del)la città

a sup (strategic urban planning) process is "the definition of a city project that unifies diagnoses, specifies public and private actions and establishes a coherent mobilization framework for the cooperation of urban social actors. borja, castells (1998), da qui


avellino rischia di distinguersi per essere l'unico posto al mondo in cui il pensiero strategico sulla città è in testa ad un nugolo di assessori... che se la cantano e se la suonano, come da programma (2000-2006).

22.9.08

pietralata in fiamme

un altro compagno di strada emigra
(costruire un'italia nuova per chi rimane o per chi se ne va?)
intanto sento scoppi regolari
corro fuori
una cortina di fumo e fiamme si spande sul quartiere
la banlieue si rivolta?
rimarrei a casa
ho un accenno di cervicale
(no, soltanto una sigaretta spenta male)

21.9.08

pedestrianism

ho una gran voglia di sentirti lontano
e do ai miei desideri una mano
perché io so che tu non vuoi ridere più

tu sei preziosa come una finestra
quando ti vuoi buttare giù
gentile come un orologio, svelta
a dire oggi non ci sono più
io mi perdo in un oceano di parole
te l’ho prometto che non bevo più
ma insegnami quel gioco nuovo, guardami
c’è un mazzo buono tutto per noi
almeno qui, fammi vincere
non m’importa la verità
almeno qui, fammi vincere
non m’importa ma…

per carità o per amore
spiegami come si fa
a fare di un bisogno solo un desiderio…

oceano - dente


via dei serpenti
quanti rimpianti
un giorno, qui o altrove, qualcuno mi spiegò la differenza con i rimorsi
ma io dimentico
dimentico tutto a velocità consistente
non fanno una strategia i miei giudizi taglienti
i marciapiedi di monti, contatto involontario di mani vicine
nella testa una canzone di non amore che non so
come una qualsiasi parola giusta nell’aria grigia
confronto la tua fronte, l’affronto, sì, sì, è giù in fondo
occhiali con la montatura spessa, nera
un’agendina giapponese senza marchio
giocare a fare gli indifferenti, che cosa stupida
galleria sordi col cerume nelle orecchie
un taschen sproporzionato schiaccia di peso una farfalla, la sua borsa
hanno smantellato il caffè fandango
un dente in meno sulla mia bussola
la mandibola che a furia di masticare amaro è il muscolo più in forma di cui dispongo
m’arruolo, basta interpretare più maschere, basta attraversare la strada
bussare al forte, passare le visite mediche, i test sui fiori
finire al caffè della libreria di mel brooks, l’attore
quando sarò demente del tutto, ricorderò questo particolare
girare cento volte una scena non verrebbe mai uguale
intensità, pathos e parole
eccetto i risultati
211- il dissapore fa 61

come uscire dalla crisi

vendere al neonato organismo federale u.s.a., al 65% del loro prezzo nominale, gli unici titoli tossici di cui disponiamo, le ecoballe, che impacchettano rifiuti rischiosi e meno rischiosi, come gli strumenti finanziari, pur di salvare il formicoso e un'ipotesi di sviluppo